Social cuteness

Comunicazione, Osservazione

Chissà quale slabbramento dei canoni del comune senso della cortesia sia responsabile di un così diffuso indifferente comportamento social…

Provo a spiegarmi.

Non più tardi di 9 anni fa, ho intrapreso la gestione di forme di comunicazione professionale sul social, allora, più in voga. Almeno in Italia. Facebook.

La vita quotidiana lavorativa, fatta di incontri e conoscenze volanti ma piacevoli rientrava poi in un veloce e sano flusso di riscontri “on-line”.

Espresso in basilari forme di “social cuteness”, gentilezze, carinerie, cordiali manifestazioni di gratitudine per una notizia appresa, una curiosità soddisfatta. Anche la sola attestazione della propria presenza o passaggio digitale su un post, un articolo, una foto.

Che è successo da allora?

Logorio da abuso. Assuefazione all’infinito flusso informativo, in continua condivisione. Forme ritorsive di invidia idiopatica.

Non ho competenze antropo-sociologiche per azzardare diagnosi. Di certo, però, sono ben fornita di spirito di osservazione.

Valuto il mio comportamento in evoluzione incastonato negli altrui modi di agire, nel virtualmente concreto mondo 3.0.

I consensi, anche da ben noti “contatti” –“amici” credo sia ormai davvero obsoleto–, si estorcono solo mettendo mano agli Iban di prepagate. Palliativi dall’effetto assicurato -eh!- ma placebo.

Un po’ come quei miei assistiti che vorrebbero entrare in una taglia d’abito, senza preoccuparsi del come. I casi fallimentari.

Non forzerò la rete a riconoscermi come presenza. Non giova a nessuno. Eccetto il social-marketing.

Il like mancante, agognato dai “forzatori del blocco” di questa ostinata e palpabile indifferenza non è quello che cerco.

E’ quello che mi segnala, però, la sciatteria emotiva dalla quale ho voglia di distinguermi. Scelgo ogni giorno di distinguermi.

Come il saluto, di persona, ad un conscente che si incontra sulla propria strada… anche il like o cuore o risata è un crisma di rispetto prima verso sè stessi. Poi del destinatario cui sarebbe dovuto.

Perchè l’anonimato, il ficcanasare muto e in incognito è, in realtà, trasparente come cartamusica sarda. Si vede. Si rivede a breve distanza in involontarie copie concettuali o espressive.

E si perde di credibilità. Si impoverisce anche questo di mondo. Quello della fama mirabolante ed effimera. Che fa girare la testa. E se non ci si tiene fermi al personale amor proprio si rischia di ruzzolare… via… lontano da sè e dagli altri.

Gioco anche io col sembra. Ma voglio comunque essere. Me stessa. In questo, quello, quell’altro, quell’altro ancora. Di mondo.

io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo
all’essere e non lo so dire, non lo so dire io
appartengo all’essere e non lo so dire.

Mariangela Gualtieri

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